Skip to content
bilancio-di-sostenibilità

Cos’è il bilancio di sostenibilità

Il bilancio di sostenibilità è lo strumento aziendale di rendicontazione dei risultati economici, ambientali e sociali realizzati in un determinato periodo. Qui le sue implicazioni e utilità.

Cos’è il bilancio di sostenibilità

È lo strumento aziendale di rendicontazione dei risultati economici, ambientali e sociali realizzati in un certo periodo di tempo (normalmente, un anno). Il bilancio di sostenibilità, o sustainability report, è un documento articolato che comprende il bilancio d’esercizio, il bilancio ambientale e il bilancio sociale di un’azienda.

Ogni società per legge deve redigere periodicamente un documento che illustriuna sintesi della sua situazione economico-finanziaria: costi e ricavi, in generale la fotografia dei suoi risultati e del suo stato patrimoniale. Questo documento si chiama appunto bilancio di esercizio. Risponde all’obbligo di un’azienda di essere trasparente sulla propria situazione patrimoniale e finanziaria e sui risultati economici più recenti: un onere imposto dal codice civile (artt. da 2423 a 2435bis). Questa esigenza nasce dal dovere di accountability ovvero rendere conto delle proprie attività ai propri stakeholder (i portatori di interesse, i soggetti direttamente o indirettamente interessati dall’attività di un’azienda).

Bilancio di esercizio, il concetto di “esternalità”

Il bilancio di esercizio non tiene conto delle esternalità: un concetto economico che riunisce l’insieme degli effetti esterni connessi a un’attività produttiva, che possono essere positivi (es. creare asili nido aziendali) oppure negativi (es. generare emissioni nocive nell’ambiente). Per questo, a fianco del bilancio di esercizio, oggi le aziende realizzano un bilancio ambientale e uno sociale: il quadro analitico complessivo che si trae dai tre documenti genera il bilancio di sostenibilità. 

Le esternalità e i nuovi stakeholder

Generare ricavi che superino i costi non è più la mission esclusiva di un’impresa commerciale. O almeno non dovrebbe essere più solo questa. Oggi la platea di persone interessate dalle attività di un’azienda è l’intera società. Tale condizione nasce dal riconoscimento degli effetti positivi e negativi che una realtà aziendale comporta per le risorse naturali, il territorio di riferimento, le comunità vicine e lontane. Questi effetti in economia sono chiamati “esternalità” e riguardano tutti gli stakeholder di un’impresa: cittadini, dipendenti, fornitori, ma anche soggetti apparentemente esterni come i media e le autorità locali. Insomma, la verifica della sostenibilità delle attività di ogni singola azienda risponde in qualche modo ad un interesse pubblico.

 

I presupposti storici del bilancio di sostenibilità

La devastazione degli ambienti naturali, l’inquinamento atmosferico, il surriscaldamento globale, la sostenibilità alimentare, lo sfruttamento delle risorse e dei lavoratori: temi scarsamente considerati in relazione alle attività imprenditoriali, hanno conquistato l’attenzione pubblica a partire dalla fine del secolo scorso.

Anche se il primo esperimento di rendicontazione non finanziaria con un’ottica sociale risale addirittura al 1938, per volere dell’azienda tedesca Aeg, la guerra e la ricostruzione rallentarono l’introduzione di nuovi elementi nei bilanci aziendali. Solo nel 1977, in Francia, venne approvata la prima legge che imponeva la redazione del bilancio sociale per le imprese con più di 750 dipendenti. L’anno successivo, il Gruppo Merloni in Italia pubblicò il suo primo bilancio sociale: bisognerà attendere il 1992 per la pubblicazione di un nuovo bilancio sociale da parte di una grande azienda italiana, Ferrovie dello Stato. In quell’anno, soprattutto, il bisogno di una rendicontazione ambientale e sociale dell’impatto di un’azienda ha trovato una sintesi a livello internazionale. È successo alla UNCED di Rio de Janeiro nel 1992 (“Summit della Terra”), la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente che attraverso gli obiettivi dell’Agenda 21 ha affrontato l’impatto delle attività umane sul clima, attraverso un nuovo modo di concepire ambiente, economia e società.

Per questo dai primi anni Duemila, accademici, economisti e politici come Mikhail Gorbachev hanno diffuso un messaggio chiaro: “Business as usual is no longer an option”. Cioè ricavi e costi non sono i soli elementi da considerare nel bilancio di un’azienda, perché non sono solo clienti, azionisti e dipendenti ad essere interessati dalla sua attività economica. Da queste considerazioni nasce la responsabilità sociale di impresa (Corporate Social Responsibility, CSR), il cui principale strumento di comunicazione è il bilancio di sostenibilità.

Il bilancio di sostenibilità: la normativa

Fino a qualche anno fa, il bilancio di sostenibilità non era imposto dalla legge. È diventato obbligatorio tramite una disposizione normativa europea, la direttiva Barnier (2014/95/UE) recepita in Italia nel 2016, secondo la quale le imprese sono tenute a rendere note le proprie politiche in termini di sostenibilità. In ogni caso, la normativa non si rivolge a tutte le aziende, ma solo a quelle europee, di interesse pubblico e grandi dimensioni (con oltre cinquecento dipendenti), il cui bilancio consolidato soddisfi determinati criteri di legge. Tra i quali, il totale dell’attivo dello stato patrimoniale dev’essere superiore a 20 milioni di euro oppure, in alternativa, il totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni deve superare i 40 milioni.

Le linee guida per realizzare il bilancio

Il bilancio di sostenibilitàègeneralmente redatto secondo gli standard del Global Reporting Initiative(GRI), le cui linee guida di rendicontazione sono tra le più diffuse. Si tratta di indicazioni che cercano di coprire i vari aspetti pratici in cui si può declinare il concetto di sostenibilità. Dal primo luglio del 2018 sono state inaugurate 36 linee guida specifiche, tra queste:

  • le emissioni di gas serra
  • l’impronta idrica
  • il consumo di energia
  • le politiche adottate verso i lavoratori

Uno standard invece più specifico e riconosciuto è il SA 8000 (Social Accountability 8000), il primo a livello internazionale con cui si garantisce che un’organizzazione è responsabile dal punto di vista dei lavoratori. Tra gli indicatori volti a identificare alcuni aspetti della gestione aziendale nella responsabilità sociale d’impresa:

  • Il rispetto dei diritti umani
  • Il rispetto dei diritti dei lavoratori
  • La tutela contro lo sfruttamento dei minori
  • La garanzie di sicurezza e la salubrità sul posto di lavoro

Sono quasi 4500 le aziende dislocate in 61 paesi diversi che risultano certificate da questo sistema. E nel 2020 l’Italia risulta essere il primo paese al mondo per numero di imprese che usano questa certificazione.

Anche i 17 Obiettivi di Sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals) approvati nel 2015 alla COP 21 di Parigi sono diventati un punto di riferimento importante nella redazione di un bilancio di sostenibilità. E sicuramente da qui al 2030 saranno sempre più rilevanti per guidare le scelte delle attività aziendali volte a crescere il proprio impegno verso l’adozione di politiche sostenibili. Muovendosi da un’idea di responsabilità sociale d’impresa, la nota CSR, a uno più efficace socialmente e innovativo, identificato dal concetto di CSV (Creating Shared Value).