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direttiva europea greenwashing

Cosa prevede la direttiva europea contro il greenwashing e l’obsolescenza programmata dei beni?

La direttiva europea contro il greenwashing e l’obsolescenza programmata è una misura di tutela per i consumatori che mira a liberare la svolta verso la sostenibilità da ostacoli e raggiri: ecco in che cosa consiste e cosa cambierà

 

Tra gli ostacoli per una transizione verde, due sono particolarmente insidiosi: il greenwashing e l’obsolescenza programmata. Da qui nasce la direttiva europea n. 85/2023. Ma facciamo un passo indietro: che cosa significano questi termini? Nel primo caso, parliamo di pratiche commerciali sleali e dichiarazioni ambientali generiche volte a costruire un’immagine green quando in sostanza nessuna seria azione in favore dell’ambiente è stata intrapresa.

Nel secondo caso, ci riferiamo alla volontà esplicita di numerose aziende di predeterminare una data di scadenza di oggetti che, con piccoli accorgimenti, potrebbero durare ben più a lungo. Pensiamo agli smartphone: è più facile e conveniente comprarne uno nuovo piuttosto che ripararne uno con qualche problema di funzionamento. Perché non si trovano i pezzi di ricambio, perché la riparazione ha un costo elevato e perché la pubblicità crea desideri indotti assolutamente non necessari.

 

Greenwashing in Europa

Quale provvedimento dell’Ue è finalizzato al contrasto del greenwashing? Il 22 marzo 2023 la Commissione europea ha presentato la proposta di direttiva n. 85/2023 (Green Claims) contenente nuove norme in materia, con l’obiettivo di proteggere i consumatori e incentivare una svolta concreta verso la sostenibilità. La nuova direttiva, approvata dal Parlamento europeo con 593 voti favorevoli, 21 contrari e 14 astenuti, dovrebbe entrare in vigore nel 2026. Gli Stati membri, infatti, hanno 24 mesi di tempo per adottarla.

Che cosa prevede dunque questa norma relativamente al greenwashing? In primo luogo, viene bandita la vaghezza, sempre nella massima tutela dei diritti dei consumatori. Non si potranno più usare termini come “naturale”, “eco” o “ecologico”, “biodegradabile”, “climaticamente neutro”, “compensazione delle emissioni”, “rispettoso dell’ambiente” e così via. A meno che tali espressioni non siano accompagnate da spiegazioni accurate e verificabili, con dati precisi sulle prestazioni ambientali, sulle emissioni di carbonio e su altri parametri specifici. Inoltre, non sarà possibile fare dichiarazioni sull’intero prodotto se una pratica sostenibile riguarda solo una parte di esso.

Molta attenzione viene posta anche al tema dei sistemi di certificazione ambientale: non si accettano generiche etichette green ma soltanto certificazioni approvate in relazione a schemi stabiliti dalle autorità pubbliche. Infatti, secondo l’ufficio europeo per l’ambiente (EEB), il 75% dei prodotti europei ha sì un’etichetta green, ma più della metà di queste etichette sono false o ingannevoli. Inoltre, quasi la metà dei marchi ecologici dell’Unione europea non dispone di criteri di verifica rigorosi.

 

Obsolescenza programmata

Un altro aspetto cruciale trattato dalla direttiva europea contro il greenwashing è quello dell’obsolescenza programmata dei beni. I due concetti procedono di pari passo perché entrambi rappresentano in qualche modo un tentativo di “raggiro” dei consumatori. Su questo secondo fronte, sarà vietato:

  • sollecitare il cliente a cambiare i materiali di consumo prima di quando sia strettamente necessario (pensiamo ad esempio alla cartuccia della stampante);
  • spingere i clienti ad aggiornare i software anche quando tali aggiornamenti non rappresentano un’evoluzione indispensabile al funzionamento dell’oggetto;
  • sottintendere che il prodotto sia riparabile quando invece non lo è (ad esempio un pc che non si può smontare);
  • fornire indicazioni relative alla durata dell’oggetto se questa non è provata.

Inoltre, sarà vietato in fase di produzione introdurre caratteristiche in grado di limitare la durata di un prodotto o di causarne il malfunzionamento. Non è purtroppo superfluo ricordarlo, anche se creare un oggetto in modo che questo non funzioni il più a lungo possibile o addirittura ad un certo punto si rompa può sembrare illogico. È la logica del profitto.

Quando la direttiva verrà adottata dagli Stati membri, sarà più difficile per le aziende lucrare su una presunta sostenibilità e puntare sul ricambio compulsivo dei prodotti. Al contempo, i consumatori potranno fare acquisti in maggiore sicurezza, acquisendo tutte le informazioni necessarie.